Cammino
in discesa la mattina e in salita il pomeriggio, perché c'è un
percorso per la mattina e uno per il pomeriggio, gli alberelli
stenti, la salita verso i campi da tennis, i pini che s'alzano
sempre e puntualmente collassano come le buone intenzioni, le case
che si sgretolano a ogni rogito, la caserma Guidoni che il lato a sud
è la mia Berlino dell'est, dove c'era un muro tra l'Istituto Marco
Polo e la scuola elementare e dentro il muro un buco fatto da una
bomba che aveva più o meno la forma di un cuore, forse quello di
mamma, forse il mio, forse quello dei bambini che ci giocavano a
pallone coi pantaloni di velluto e le toppe; ora la caserma è un
deserto e la possono fare bella quanto vogliono e ci possono mettere
i poliziotti o i giudici, i pompieri, il sindaco, il duce, le
mongolfiere, o mille bue Apis in fila come i beneventani che stanno
tutti qua, poi tutti là, poi tutti altrove, e sono sempre loro, come
me che giro in tondo, cane e coda, fino a fermarmi al centro della
caserma che ora è una terriera di ghiaia e ci piscio sopra e dalle
ceneri fumanti rinascerà sempre quel muro col buco dentro a forma
di cuore, sempre due scuole, una di qua e una di là, e sempre io,
con due ali che corrispondono da un lato al mercato e dall'altro alla
villa comunale con la fontanina che adesso è un bidè di marmo
mentre prima era fatta a grappoli di pietra e muschio, ora rotolate
con tutto il graspo vicino al muro della caserma.
martedì 7 gennaio 2014
martedì 12 novembre 2013
Una bambina perfettamente in parte
Valentina, sei anni, la domenica è
una disperazione più del solito. Forse l'assenza della scuola, la
noia, il troppo che ha. Sembra una trottola. Stavolta però, verso le
sette di sera, si ferma di colpo, perde il sorriso, si spegne come un
interruttore della luce. Non mangia, non gioca, non sta neanche in
piedi. Dice solo due parole, con un filo di voce: “mi fa male qui”
e indica con il dito il pancino, in basso a destra. Temo il peggio,
un'appendicite. Per fortuna in ospedale ci liquidano con una pizzico
sulla guancia a Vale e un pacca sulla spalla a me. Forse una colica,
forse solo un po' di stanchezza trasfigurata subito in un mostro dal
mio occhio apprensivo. Ogni volta che sta male, però, che perde il
sorriso, che ti guarda quasi consegnata, arresa, è sempre così: mi
maledico. Mi darei cento volte la testa al muro. Tante volte per
quante volte l'ho rimproverata di stare ferma, di non gridare, di non
fare capricci, di non saltare sui divani, di non guardare i cartoni a
oltranza, di non litigare con la sorella, di non sputare l'acqua
fuori al lavandino quando si lava i denti, di non scrivere sui muri,
di non mettere le caccole sotto il tavolino porta tv. Quando non si
sente bene, dico ogni volta, pregando il signore, Valentina fai tutto
quello che vuoi, rompi tutto, grida, fai capricci, che papà, te lo
giura, non ti dice più niente. Basta che sorridi, basta che non ti
fa male niente, basta che ritorni come sei. Una rompipalle, una
bambina perfettamente in parte.
mercoledì 21 agosto 2013
Un sogno bello vale cento brutti
- Papà faccio sempre brutti sogni.
- A sette anni? Non ci credo Chiaretta.
Comunque non c'è niente di strano, li faccio anch'io.
- E tu che sogni Papà?
- Sogno di scappare sempre da qualcosa.
E tu?
- Non mi ricordo. Però mi ricordo un
sogno bello. Che scivolavo su un arcobaleno.
- E poi?
- Cadevo su un prato di fiori.
- E poi?
- E poi c'era Valentina, e ci
prendevamo per mano.
- E dove andavate?
- Papà, siamo tornate a casa, è
ovvio.
- Amore, lo sai che penso...
- Che cosa?
- Che un sogno bello vale cento
brutti... e...
- Che cosa?
- La prossima volta che tu e Vale state
su quel prato di fiori chiamatemi.
- Papà, ma che dici? E' un sogno!
- Papà, ma che dici? E' un sogno!
martedì 20 agosto 2013
Appunti cagliaritani: diario di viaggio 26 giugno-03 luglio 2013 di Giovanni Rossi
PARTENZA
Quando
atterro mi accogli sulla tua terra rossa e il mare verde.
Abbracciandomi stretto. Levandomi il fiato già dimezzato da tanta
distanza da casa.
PRIMO
GIORNO
-
Ciao
-
Ciao
-
Non sparire
-
No, lo sai, dai, ...e poi ormai sono contento, dai, sai fare tutto,
ti ho insegnato tutto...
-
Non sparire...
-
No, non sparisco, sentiamoci
-
Ok, dai.. ciao
-
Ciao.. mi mancherai
A
parte questo, tra il ragazzo muscoloso coi baffetti alla messicana e
la signora dietro al banco col camice, gli iridi azzurri e i capelli
nerissimi, c'era troppo silenzio. Il silenzio che si forma quando gli
occhi si baciano a lungo. Non avevo chiesto nulla, né il pane né il
formaggio. Sapevo che potevo fare a meno di tutto. Lei avrebbe
servito molti clienti, ma tutto sarebbe stato diverso. Avevo
preferito lasciarla così, ferma dietro al banco, quasi in pasto agli
altri, con quell'addio negli occhi, e non le avevo chiesto niente.
Ero sgusciato via, convinto che lei non si fosse mai accorta di me,
avevo raccattato una busta di taralli e ero uscito. Mi era sembrato
un buon inizio. Avevo di che sperare da una terra che mi lasciava
intravedere i segreti degli altri. Era come per dire, qui le cose
succedono.
SECONDO
GIORNO
Sarà
questa sabbia a cui non avevo niente da ridire, o il promontorio, o
le bocche di Bonifacio che stavano lontane come un sogno terribile, o
i lidi che c'erano e potevano non esserci. Sarà che non riuscivo a
restare semplicemente e allora mi dilungavo sui tetti, forse potevano
essere più bassi, o piatti o senza tegole, e le palme o gli
oleandri, forse più radi, sparsi meglio, o il turchese del mare,
meno circoscritto, più aperto, magari più profondo, magari con echi
soffocati di qualche relitto. Anche una barca a vela in lontananza,
credevo potesse stare a Viareggio, a Terracina, ma non qui; sembrava
troppo costipata in una prua e una poppa, sembrava stare lì e aver
paura. Insomma potevo immaginare l'Assuncion dei cantieri Simeone, o
una qualsiasi goletta con la chiglia scavata dalla mareggiate,
addirittura un gozzo con sopra, che so, Salvatore detto Paco, che in
apnea recuperava anfore e stelle marine. Niente ad eccezione di
questo. Solo così potevo stare. Eppure, al mio arrivo, nonostante
tutto, avevo assistito a un arrivederci e mi era sembrato un buon
segno. Anzi era stato precisamente un addio travestito da
arrivederci. Era stato prima di dialogare con l'acqua che è sempre
così volubile. Era stato stato giusto mezz'ora prima. Era stato
anche prima di conoscerti. Per caso. O meglio, era stato prima di
conoscere il tuo nasino arricciarsi per chiedere lo sconto a un tizio
sulla spiaggia per una veste bianca coi fiori azzurri. Io ti avevo
salvata. Anche questo mi era sembrato un buon segno, ancora meglio
del precedente, perché aveva avuto tutta l'aria di essere un inizio.
C'era già tutto, età, bellezza, e reciproca sofferenza da guarire.
TERZO
GIORNO
Al
Poetto, andavo e venivo tra l'ombrellone e la battigia. Cercavo di
convincermi inutilmente sull'acqua, e cioè che non fosse fredda.
Quando sei arrivata non l'ho visto. Mi sono girato e ho i visto i
tuoi denti bianchi farsi spazio in dei sorrisi. Stavi trattando
l'acquisto di un abito leggero, a fiori. Dicevi che non era cotone,
che non era come diceva lui. Crollavi il capo, sorridevi, e
soprattutto arricciavi il naso. Un nasino piccolo, che a ogni sorriso
si dilatava appena, pulsava come il petto di un uccello.
-
Lascia stare, hai ragione non è cotone – ho detto di colpo
venendoti in aiuto.
Il
nero si è girato verso di me e poi verso di te. - Ok deci
euro, va bene, deci euro – ha detto arrendendosi e
spingendoti la mano che teneva il vestitino.
Hai
pagato e mi hai guardato. Stavo già fermo nei tuoi occhi.
-
Grazie - hai esclamato.
-
Figurati. Comunque bello il vestito.
-
Eh sì bello. Ti piace? Oddio, è una cosina così, io mi diverto a
comprare d'impulso, poi puntualmente abbandono tutto nell'armadio –
mi hai risposto sorridendo come a chiudere una confidenza, come se
già ti appartenessi.
QUARTO
GIORNO
Questa
terra arida e ventosa coi fichi, le bouganville, oleandri, e fiori
gialli dappertutto, sta a metà strada tra gli alberi formiani pieni
d'aria e di sole e i noci, i castagni, gli ulivi, le ginestre di
casa. Questa distanza incolmabile si aggiunge al desiderio di vedere
un solo fico d'india maturo, uno solo, uno che si distingua dagli
altri che assomigliano a olive verdi e spinose, uno da poter tagliare
sul giornale, togliendo due dischi ai lati e srotolando la pelle
arancia al centro. Potrei stare seduto su un muretto basso di pietra,
e stare in buona compagnia. Magari vederti sbucare o addirittura
vedere mia madre che arriva da dietro e mi abbraccia.
QUINTO
GIORNO
Mi
chiedi di chi sono le mai perfette di cui parlo. Non sono le tue.
Delle tue non dico una parola. Neanche dello smalto, così indeciso
(e critico verso il celeste) e così duraturo. Le tue mani sono vive
come come ogni cosa. Come stamattina accanto le barche e i pescatori,
sotto la Sella del Diavolo fino alla punta di Cala Caterina
dall'altra parte. Anche qui è tutto vivo, compreso i pontili e i
lidi mezzi vuoti, e sembra non mancare niente, neanche le tue parole
che avanzano a fiotti come i pesci e arrivano all'improvviso, quasi
sbucano dal nulla.
SESTO GIORNO
Oggi c'è troppo sole e troppa acqua. Ho bisogno di
fresco vero, magari di Taburno, di faggi, abeti, aghi di sottobosco,
palizzate di castagno, foglie secche che ammortizzano i passi, pietre
a circolo per il fuoco, e cartacce, sante cartacce, compreso qualche
piatto di plastica. Invece niente. C'è mare e vento. Soprattutto
vento. Vento che si chiama maestrale e basta. Vento che dalla sella
del diavolo attraversa il Poetto come una freccia. Questo vento
stempera tutto. Il sole insistente e l'acqua troppo fredda. Corre e
mi fa pensare che posso ritornare dove sono partito. Sotto le costole
della dormiente del sannio. L'unico posto dove le mie ossa già
corteggiano la terra.
SETTIMO
GIORNO
Da
Cagliari centro guardo il castello. Piega verso il basso, forse verso
il mare, ma non ci metto la mano sul fuoco. Anzi, può darsi che
resti lì sospeso, a guardare il panorama. Niente a che fare con
Posillipo o con via Luca Giordano, o con Sant'Antonio sopra Formia
che coi pini radi si strofina sul mare come un innamorato. Il Gargano
è lo stesso, la foresta cade nel mare, lo buca, lo possiede.
Cagliari centro resta lì, sospesa e provinciale. Tutto è fermo.
Tranne i gabbiani, i fenicotteri e i fichi d'india appena fuori il
Poetto. Sono segni precisi. Che non puoi fermarti al castello, al
centro, ai palazzi. Anzi non devi. E' troppo poco. Bisogna pugnalare
questa terra ventosa. Fino ad arrivare a Padria, dove si bardano i
cavalli e si fa il latte negli ovili. Dove i pastori fanno gli
spuntini mentre la notte copre le pietre dei nuraghi.
ARRIVO
Cagliari,
mi fai voltare indietro come un amante ferito, come un animale che ha
perso il padrone. Non ti amo ma è un buon inizio. Sento che da te
ricomincerà un viaggio a ritroso verso la voce di mia madre. La
prossima volta ritornerò calandomi dall'alto, passando da
Pozzomaggiore, Padria, Bosa, diritto verso il Poetto, tra il mare e
la terra brulla.
martedì 13 agosto 2013
LETTI... DI CARTA (Daniele Del Giudice - Lo stadio di Wimbledon)
"Anche se è stato
un sonno breve, come questo di mezz'ora, dopo bisogna ricominciare
tutto da capo. Sono procedure normali della continuità, e seduto in
treno posso farle con delicatezza."
"Salto le righe,
rileggo la stessa frase senza accorgermene. Non riesco a distinguere
il ritmo delle parole dal ritmo del treno, dal ritmo del respiro,
finché il corpo non resiste alla gravità a anche la bocca scende
giù. Mi sono addormentato."
"Insomma lui viveva
per il gusto di fare esperienze, già da giovane; non aveva mai
impostato la sua vita proponendosi uno scopo ma come diceva lui
stesso nel divertirsi a vivere. Divertirsi a vivere non è lo stesso
che essere felici di vivere."
"Dico: -Non so. Una
volta ho letto che "scrivere non gli interessava", un'altra
che era "oltre il libro". Penso a tutto lo spazio che c'è
tra queste due cose, a quanta fatica si fa ogni volta per spostare
tutto al di qua o al di là. In mezzo potrebbe esserci uno scrittore
senza libri. Lui non è l'unico, è pieno di scrittori senza libri,
chissà quanti ce ne sono, anche adesso, in questo istante. Però lui
ha scritto, in modo sotterraneo, parallelo, quanto bastava, per far
capire che non avrebbe scritto. Per questo è lì, in quel centro. Ho
letto anche che quel centro non esiste, è il vuoto. Certe volte mi
sembra che non ci sia cosa più forte del vuoto, o del niente: taglia
ogni questione, la rende perfetta, motivata."
"Cambiava pelle
spesso, e qui anche stava la sua incapacità di realizzare;
dimenticava ciò che aveva fatto, non per un voler superare ma per
un lasciar cadere..."
"C'è sempre un
momento quando sono a largo in cui succede; non so quanto è profondo
qui, potrebbe esserci una secca o un basamento sottomarino, e magari
adesso nuotando col piede potrei toccare un metallo arrugginito,
un'ombra visibile e mossa, la punta di un'ala fracassata. Avvertirei
sotto la pelle tenerissima dei piedi lo spessore gelido di una
lamiera piena di buio, di una carlinga triste, piegata,; scivolerei
sul fianco di un relitto disperso, mai localizzato, dunque ancora con
tutti i resti o con quello che può restare dopo un'immersione così
prolungata..."
"Lei riprende:
-Vedere non è importante. E poi esiste il contrario: essere
invisibili, quando si è in un particolare stato d'animo, opachi, da
un'altra parte. Le è mai capitato?-"
"Sono fermo davanti
al treno di alluminio, con alle spalle un sole basso, di taglio. Non
sono mai stato così all'inizio, determinato e incerto. Aspettando
che le porte si aprissero ho cercato nella tasca il margine del
biglietto. Ho sollevato la borsa. Nell'altra mano tenevo il pullover,
con la delicatezza con cui si tiene un bambino."
lunedì 12 agosto 2013
Le giostre sotto casa
Mi hanno piazzato le giostre sotto casa. Quando le bambine hanno saputo che sarebbero rimaste una settimana hanno urlato di gioia. Ho dovuto subito transigere la cosa. Ovviamente una brillante transazione per loro. Cinque giorni su sette siamo siamo andati in pellegrinaggio dai giostrai. Al posto del giro delle sette chiese, la sera abbiamo fatto quello delle sette giostre. In ordine: scivolo gonfiabile, macchine a tozza, calcio in culo, tazze volanti, trenino, pesca delle ochette. Abbiamo fatto pelo e contropelo a ogni giostra. Valentina ha dato il meglio di sé. Euforia ai massimi livelli e energia inesauribile. Solo al momento di andare a casa, cioè quando bisognava fare un pezzettino di strada a piedi, simulava improvvisi collassi fisici. Rimproveri, minacce, strattoni. Niente. L'ultimo giro di giostra puntualmente se l'è fatto sulle mie spalle.
Dr.Jekill e Mr.Hyde
Per scrivere bisogna praticare il doppio: Dr. Jekill sta in superficie, rifinisce, ricama, e se va proprio bene, firma le dediche sui libri, ma il lavoro sporco, il momento in cui la penna deve essere messa sul foglio bianco e bisogna calarsi giù, se necessario, fino a toccare gli abissi, è tutta roba di Mr. Hyde.
Iscriviti a:
Post (Atom)