Chiaretta sa scrivere. Sei anni, che
soddisfazione. Non so se promette bene, ma sa scrivere. Non l'ho
seguita nel lavoro sporco delle lettere tremanti, di quelle prime
linee puntellate e malferme. A quello ci ha pensato la madre. Io
l'ho vista scrivere all'improvviso, senza fasi intermedie, come un
fiore sbucato da un manto di neve. Poi l'altro giorno mi ha
consegnato un pezzetto di carta, il primo bigliettino. Che emozione.
Una frase tutta sua, un pensiero, magari la sua prima metafora. Ho
aperto quel pezzetto di carta con delicatezza, quasi stessi toccando le
ali di una farfalla, e sono rimasto perplesso: "Rarity Pinkie
Pie". Siamo già all'inglese? Non può essere!
- Chiaretta ma che significa?
- Papà sono Little Pony, a me devi
comprare Rarity, e a Valentina Pinkie Pie, te li ho scritti così
quando vai al negozio non sbagli.
- Ah, ho capito – ho risposto deluso
fissando il suo sorrisino soddisfatto.
Cominciamo bene ho pensato, l'approccio
di Chiaretta alla scrittura è stato tra i peggiori, completamente
utilitaristico.
Ma il colpo di grazia è arrivato
qualche giorno dopo. Per puro caso, mentre ero di transito in cucina,
ho ascoltato due battute secche tra lei e la madre mentre erano alle
prese coi compiti.
- Ti piace più l'italiano o la
matematica?
- La matematica, mamma.
Ho fatto finta di non sentire. E ho
tirato dritto, pensando agli scherzi della genetica e soprattutto a
dove avevo messo il bigliettino della spesa con i nomi dei little
pony, il primo frutto letterario di una mente già devota al calcolo.