lunedì 12 agosto 2013

Dr.Jekill e Mr.Hyde

Per scrivere bisogna praticare il doppio: Dr. Jekill sta in superficie, rifinisce, ricama, e se va proprio bene, firma le dediche sui libri, ma il lavoro sporco, il momento in cui la penna deve essere messa sul foglio bianco e bisogna calarsi giù, se necessario, fino a toccare gli abissi, è tutta roba di Mr. Hyde.

Non esistono i posti

Non esistono i posti, non sono mai esistiti. Non saprei riconoscere una quercia di periferia o un monumento della mia città, compreso le pietre di fiume, neanche i castagni sotto al Taburno, neanche i noccioleti dopo Pietrastornina, neanche le colline brulle di Pietrelcina, o le ginestre sulla punta più alta del sentiero che da casa di mia madre arriva a contrada Torre Alfieri. Esistono i posti grazie agli altri. Anche oggi, solo se ci sei, tutto diventa più preciso, netto, vivo come la carne, anche nel buio pesto, ad esempio, saprò dirti se sto nel letto, in un prato o per strada. Un posto solitario, se ci pensi, dipende da noi, non certo dagli alberi radi o da una casa diroccata in mezzo alla campagna.

La morte dovrebbe presentarsi onestamente

La morte dovrebbe presentarsi onestamente, senza mezzi termini, senza strisciare nelle vene, o arrivare da dietro mettendo le mani sugli occhi, la morte non dovrebbe giocare come fa il gatto col topo, né mettersi nei corpi come un camaleonte, dovrebbe stimarci di più, come facciamo noi, che lasciamo il nome sulla pietra e le consegniamo tutto, a viso aperto, senza nascondere neanche un osso o un centimetro di pelle.

sabato 15 giugno 2013

Ultime memorie

All'improvviso vengo abbagliato. Alzo gli occhi senza fare un movimento. E' tutto giallo. Nel bagliore distinguo tre puntini. Sembrano tre lucciole grige. Istintivamente mi alzo un po' e cerco di assumere una posizione di difesa. I puntini avanzano lentamente e diventano sempre più grandi e smaglianti. Quando sono davanti gli occhi, appena sopra la testa, mi accorgo che non sono puntini ma armi. Nel preciso istante in cui i miei centri nervosi mi dicono che devo contrarmi e scappare sento un bruciore acuto e acquoso penetrarmi in tre punti, uno dietro il carapace, uno sopra, e uno in mezzo gli occhi. Ho freddo, contraggo le chele e le avvinghio attorno alle lance di metallo. Mi sento sollevare dalla fiocina e sento un bruciore attorno al carapace che adesso si sta distaccando, vedo altri granchi attorno a me, siamo in una circonferenza rossa, anzi bianca, no grigia, anzi non lo so, non vedo più, è tutto nero,  è nero che sta dentro, è buio... buio.  

domenica 19 maggio 2013

Ken Parker, la mia prima volta...

Avevo circa 10 anni. Passavo le estati a Formia dai nonni materni. Erano stagioni lunghe, interminabili. Quando a settembre rientravo a Benevento era trascorso talmente tanto tempo che avevo voglia di riabbracciare persino i marciapiedi. La mattina andavamo al mare e il pomeriggio stavamo nel quartiere San Giulio. I bambini facevano le bancarelle di roba usata. Rovesciavano le scatole di cartone e ci mettevano sopra fumetti e ciarpame vario. Spiccavano quasi sempre i Tex, Zagor, Mister no, Diabolik, Topolino. C'era qualcuno che aveva anche i Ken Parker, pochi numeri messi più in disparte, relegati in un angolo della bancarella, già a testimoniare una diversità, una nicchia. A quei tempi non leggevo Ken, però mi ricordo che rimanevo incantato dinanzi alle sue copertine. Era la prima edizione Cepim, futura Sergio Bonelli. Molto più tardi ho saputo che su quelle copertine c'erano i superbi acquerelli di Ivo Milazzo. Tessiture leggere, diluizioni, accenni alabastrini, sintesi, espressioni dei volti. Leggendo, ho appreso che i disegni di Milazzo erano ispirati dalle storie di Giancarlo Berardi, un narratore che mostrava l'umanità con un registro di misurata malinconia. C'è sempre una prima volta. Il tardi e il presto sono concetti relativi. Ken Parker l'ho letto e riletto molto dopo, ma il mio ricordo è lì, sotto il palazzo di mia nonna, durante quelle estati lunghe, con l'adolescenza tra il mare e il quartiere San Giulio.


sabato 6 aprile 2013

Chiara e lo spasimante

Chiaretta sette anni, perfezionista, programmatrice, cervellotica. Sarebbe capace di ragionare anche sulle pietre dove cammina. La osservo e mi smarrisco dentro la complessità di quel mondo che sembra un labirinto chiuso da una porticina. Già compatisco il futuro fidanzato, poverino, che dovrà essere un giocoliere, esperto di quella sottile arte del riuscire ad avere senza chiedere e senza contraddire. La mia preoccupazione è diventata addirittura concreta quando l'altro giorno mi ha detto che era infastidita da un piccolo spasimante occhialuto.
- Papà, pensa, mi ha regalato un bracciale di perline...
- E tu l'hai ringraziato? – le ho chiesto conoscendola e già temendo il peggio.
- No papà, mi sono arrabbiata, gli ho detto: "Lo prendo, ma sappi che non lo metterò mai!"   

venerdì 5 aprile 2013

Pasquetta

Pasquetta è democratica, basta poco, come fare una piccola spesa all'ultimo secondo, anzi racimolare i resti, quell'arte insuperabile del -non si butta niente-. Quella in cui le nonne sono maestre. Come mia nonna che dagli avanzi tirava fuori pranzi e cene per altri quattro giorni. Pasquetta è l'unica festa che sta al traino, si aggancia di straforo alla liturgia. Il picnic che non si nega a nessuno. Sorge dalle sue ceneri. Anche in una giornata di pioggia, di vento. S'impone a tutto. Compare dal cilindro del prestigiatore, come sbucavano le quattro sedie dal tavolino di formica rossa che mio padre apriva come un portafoglio: a Bocca della Selva, sul Laceno, sul Camposauro, a Campitello. La magia usciva da quel tavolino a valigia e voleva dire che -basta poco-, anche se ci sono cose irraggiungibili, che stanno lontane, a luccicare come foglie al tramonto, a vantarsi mentre beviamo un buon bicchiere su una sediolina dolcemente in bilico.